Appunti sul Labor Destructionis
La mia angoscia è illimitata, gioiosamente illimitata. Ho distrutto un mondo, ho distrutto un terzo di tutto. La mia gioia è angosciante, vive come un parassita obeso nella mia testa. Io ho la guerra nella testa. Io sono la vigilia del carnevale. Quando avrò finito di scrivere questo testo mi dedicherò ad altro, ma sarà verosimile che io lo pubblichi. Alcune persone hanno bisogno di ascoltare. Tutti ne hanno bisogno.
L’angoscia è il movente di tutto, è la festa originaria ripetuta nelle stagioni dell’uomo, dell’animale, dell’organismo. Tutto è implicato nella geometria dell’angoscia. Conspiratio Una. La nostra natura è l’angoscia poiché disvela la transustanziazione del disgusto: chi vuole questa carne? Chi desidera queste vene? Chi anela ad avere ancora più del corpo? Non possiamo fidarci del corpo, è informale. L’unica azione formale è il lavoro: cioè ceteris paribus l’allontanamento dall’informale. Non esiste sacrificio per sé, cioè come forma materiale fondativa, il sacrificio è un apparato tecnico che va fondato e che diviene a sua volta fondatore. Io sacrifico per essere sacrificato. Se l’actus essendi è l’angoscia, formalizzarla richiede un ens rationis specifico: il sacrificio. Lavoriamo per la fine. Omne ens est falsum tranne ciò che è lavoro.
Labor Destructionis, capitolo primo (passim):
*Sento la brace che emana ultimi vermigli zampilli baluginanti, il ferro riassestarsi su di un colore freddo: austero il vento si placa. Sento il rumore eccezionale delle piante seccarsi, diventare sordo ad orecchie inquiete; percepire gli alberi come travi di un mondo appiattito tra scarti rilasciati dal cielo e immondizie germoglianti dalla terra: cose che erano qualcosa diventare tentativi vani di esistenza, resistenze ontologiche disciogliersi in pozzanghere sulfuree, progettisti arrendersi ai fumi tossici cadere sui banchi da lavoro senza testa - la colpa mi illumina, turbato m’addormento. La terra torna giù, le virtuali colpe di tutto riacquisiscono la carne. Non un guerriero. Non un’armata.
life sought victory, but has gained a mournful vanquish.
Un pezzo cade, cadono gli altri. Così i pezzi si ricompongono per uno scintillante nonnulla, l’occhio ha intriso il male e le forme tornano solo come sigilli di sangue. La fame diventa fame di se stessa, lo stomaco forato rattrappisce sulle ultime note di una vita spesa nel lamento. Un pezzo cade, cadono gli altri. Così si dispongono leggi superiori: uomini nel sottosuolo si ritirano, cavalli nitriscono sullo strapiombo, le lesioni si espandono, suore e frati in clausura s’immolano con fuoco vivo, draghi avvizziti impestano il residuo di mondo rimanente, una gigantesca creatura di vetro unisce in sé pezzi sconnessi di dolore, dirige le bestie alate del tormento, spicca il volo tra le nuvole, il suo sguardo violento annienta villaggi, case, bambini, il suo nome viene urlato da spiriti di fonti battesimali oscure: lode al Quaal. Che fantastica visione.
Verrà il giorno in cui ti troveranno e non sarai altro che pietra, verrà il giorno in cui ogni impulso diventerà rovina, verrà il giorno in cui ogni afflato ogni idea saranno concime per una bestia neonata, verrà il giorno in cui saremo in pace dentro tetri ipogei sotterranei, verrà il giorno in cui potrò affondare il pugnale, verrà il giorno in cui tutte le lacrime che hai versato saranno rimesse al suolo da cui provieni, verrà il giorno in cui dovremmo riscattare la colpa della nostra fuga.
Io sarò lì, in quella casa sulla collina, ad ammirare le preghiere delle comari, le urla delle madri, le bestemmie degli infedeli. Poi avrò la gentile conferma delle mie infamie.*
MARGINALIA
Cos’è quella collina? Un teatro? Un osservatorio? Perché recidere il tutto tramite l’individuazione. Non c’è forse stata la sconfitta dell’individuazione? Dov’è il colpevole? La volontà.
Bisogna fondare una chiesa, una chiesa che spieghi tutto questo. Ahimè non capirebbero. La vera chiesa del lavoro.
Labor Destructionis, capitolo 3:
*Se i prescelti non saranno disposti in ordine non potranno divinizzare il collasso. Per questo collegio è necessario un numero pari di donne e uomini. Il processo di accelerazione inizia dalla meccanica del divino: velocità = privilegio.
Cos’è un collegio? Il lavoro della velocità. Qui sono implicate scienze e divinazione. La scienza da sola è forma logica, kantianamente vuota, che disdice le forme libere. La divinazione da sola è forma libera, intuitiva, kantianamente cieca, che disdice le forme logiche. La natura di entrambe è di unirsi e di formare un legame di potere.
Il sacrificio è sublimato nel collegio. Il lavoro è sublimato nel collegio. Angoscia -> sacrificio -> lavoro. Sotto le ali di intelletto e intuito.
Quando tutto sarà compiuto rimarrà solo la figura di un demiurgo di vetro, contenente tutto il lavoro virtuale. E noi. Cenere.*
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