Gauchos e Mancuspie
Strappare questo manifesto
In un racconto di Cortázar vengono descritti gli allevatori di bestie immaginarie chiamate mancuspie, esseri difficili, che suscitano tremende vertigini e mal di testa, che tuttavia vanno curate con fatica e ripetizione. Quello che sentiamo tutti i giorni potrebbe non essere molto lontano da queste sofferenze, ma è anche lontano da una disciplina silenziosa di cura, è più vicino al cinismo oppure al credo sfrenato in una posa intellettuale che ci dà parvenza di salvezza, ma che in ultima analisi ci rende solo molto settari. Ci chiediamo come allevare queste mancuspie.
La ferita che avvertono giovani reclusi, esclusi, chi immagazzina idee e progetti ma senza un campo dove gridare, chi sente la difficoltà e la pressione di continuare ad ogni costo, chi ha paura di tornare indietro, di cogliere silenziosamente il respiro delle cose, di capire la vertigine che lo assale; questo sangue che viene versato ogni giorno deve essere raccolto, parlato. Il chiasso costante del mondo ci intorpidisce e va a finire nell’educazione, nelle pareti delle nostre stanze, nell'ammuffire, nelle solitudini, nella noia e nell’ansia. Educarsi, insomma, diventa sempre più difficile e si può fare sempre meno affidamento sull’insegnamento classico. Dobbiamo tornare allora sul dorso del mondo, della scrittura, dell’espressione. Dobbiamo tornare a cavallo. Gauchos senza fretta, ma con il palmo sempre sull’impugnatura. Possiamo disperderci, ma ci rincontreremo sempre. Questa è la terza via non facile (tra puro impulso incontrollato e pose moderate, circoscritte e normative), costeggiata da fatica, forse anche disperata, ma che dà corpo al movimento: costruire riviste, scrivere poesie, avvertirsi e avvertire, distruggere il panorama che ci vincola, fondare una logica della sensazione, studiare la psicogeografia dei nostri dintorni, il ritmo urbano, l’architettura che ci vive e che viviamo, ammassare cose e collezionare conchiglie; bisogna insomma poter dire di morire per qualcosa, nel deserto che siamo.
Bisogna coltivare l’attenzione. Non solo riconcretizzare ciò che ci viene venduto, ma sventrare la propriocezione e il sentimento. Fondare un nuovo politico, meno polemico, meno rappresentativo, meno furibondo, meno duro. Diventare mandriani dello statico, grandi conoscitori delle zone grige, della pianura atonale. Capire che siamo uno spettro della mancanza, che non sappiamo ancora cosa ci manchi, che l’ironia non ci salverà dalle maglie dell’insicurezza ontologica, ma che la carnevalizzazione può produrre una festa ben più forte, che la produzione può insediarsi in zone molto efficaci. Bisogna continuare a ripetere, ad andare, che sia avanti o indietro o in qualunque direzione.
Allora rispondete all’appello che vi chiede di diventare nuovi gauchos, sorridendo maldestramente alla nostra malattia grottesca, curando le nostre mancuspie.

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