Paquito I
Rafael Buenflor
Come, credo, molti filippini della classe povera, io non ho mai avuto rapporti con il fato, né tanto meno cercai mai giustificazioni in esso, sentivo solo l’ingiustizia di essere dove non volevo essere, tra i miserabili. Quando conobbi Buenflor avevamo entrambi diciassette anni, era il capodanno del 2007 e io ero appena arrivato a Caloocan dalla lontana periferia di Manila e mi ero subito cimentato in piccoli taccheggi e borseggiamenti, non fui mai un grande criminale, è vero, ma le circostanze che mi portarono a conoscerlo furono movimentate. Quella sera, inoltre, imparai la parola risentimento.
Il giorno del trentuno entrai da Tupos, a Maypajo, per bere qualcosa di freddo, fuori l’arsura metropolitana aveva stravolto le strade e fu uno dei gennai più caldi delle Filippine, Caloocan sembrava un pavimento solare. Il bar era frequentato dai soliti due o tre cinesi, qualche vietnamita e da quei mulatti che avrei poi scoperto essere parte del gruppo di Buenflor. Un vietnamita ubriaco mi si avvicinò e attaccò a dire che io avevo dato fuoco alla sua macchina, o che gli avevo bucato le gomme, disse che avevo fatto una cazzata e che ora in qualche modo lo avrei ripagato. Io non penso di aver mai deturpato un veicolo a Caloocan, ma chi può esserne certo? Anni fa ero molto più irascibile e il vietnamita non deve aver preso bene il fatto che mi alzai minacciosamente afferrando la bottiglia di birra inclinandola verso di lui, e infatti in poco tempo tirò fuori una lama dai pantaloncini. Quand’è così, quando uno sconosciuto a distanza zero estrae un coltello, non hai tempo per rifletterci su, così gli dovetti spaccare la San Miguel ancora piena sulla tempia facendolo cadere e facendogli sbattere la testa sul duro pavimento, quasi uccidendolo. Scoprii poi che quello non era un vietnamita qualunque ma uno dei pezzi grossi della mafia di Caloocan, al quale recentemente persone non identificate avevano fatto saltare in aria la Toyota con la moglie dentro. Prima di poter essere mitragliato sul posto dai suoi compagni nell’umido caos, venni strattonato via da mani sconosciute, fin dietro al locale, poi trascinato su di un veicolo che scomparve in poco tra i fatiscenti appartamenti di Maypajo. Ricordo solo la sensazione di soffocamento del caldo stagnato dentro la vettura e l’intenso odore di motore e benzina, nonché i volti severi dei miei salvatori, volti quasi non umani che mi segnarono nel cuore una lunga inquietudine.
Arrivammo dopo non so quanto in una bettola, al piano superiore, dimesso e chiuso ai clienti, dove stava seduto ad un tavolo un ragazzo scuro e magro in canottiera, dallo sguardo sicuro, accanto a lui alcune ragazze e un vecchio che poteva essere il gestore del ristorante. Il magrolino si presentò: piacere, Rafael Buenflor. Mi offrì da bere e mi disse che mi avrebbe tirato fuori dal casino, ma che avrei dovuto lavorare per il suo capo, Salvador. Non capii l’atto caritatevole, ma poi immaginai che lo stesso Salvador poteva essere l’artefice dell’incendio alla Toyota. Il pensiero mi lasciò confuso. Accettai quasi necessariamente. Rafael sembrò felice e chiacchierammo fino a tardi nel salone chiuso del Predon. Dopo svariato liquore alla palma e tutti i successoni di Rey Valera, eravamo rimasti solo noi due, io e Rafael. Lui si avvicinò traballando e mi disse: Paquito, tu mi racconti fieramente di tutte queste risse che hai fatto, devi avere molta rabbia dentro, imbarazzato rimasi zitto, Paquito, tu hai tanto orgoglio vero? Risposi di sì, allora siamo simili, disse, perché anche io sono pieno di risentimento. Ci fu un lungo silenzio, fuori i lampioni si accendevano e io mi ritrovai nelle viscere di Caloocan pensando a quella parola, risentimento. Mi piovvero addosso tutte le solitudini della città e mi sembrò quasi romantica la voce di Rey Valera. Fu l’ultima volta che io e Rafael parlammo così, non seppi che pensarne.
Il giorno dopo conobbi Salvador, esattamente quello che ci si aspetta da un gangster di mezza età senza famiglia: conviviale ma anche freddo, un tappetto glabro e robusto che portava con sé una glock .45 e che immaginai avere una buona quantità di soldi o oro. Mi disse che avrei seguito gli altri e imparato le basi. Così passarono i mesi e io familiarizzai con la riscossione delle somme non pagate di scommesse e droga (all’epoca ero alto e ben piazzato), Salvador mi regalò poi un costoso coltello a serramanico con rifiniture rosse, si può dire che mi ci affezionai subito. Continuò così per tre anni, tra le sale scommessa di Caloocan e il Predon, tra un viale maleodorante in mezzo alla notte e gli hotel cinque stelle di Quezon. Dormivo in una stanza spoglia del complesso adiacente al ristorante, a volte ci portavo una delle ragazze che conoscevo alle feste o alle case di gioco, ma non ebbi mai un rapporto serio con nessuna di loro. Buenflor lo vidi raramente, diventava sempre più impegnato e vicino a Salvador, i pochi momenti in cui potevamo parlare erano ostruiti dalle persone che lo circondavano e dagli affari. Durante quegli anni smisi di pensare alla prima discussione al Predon e mi concentrai sulle mie abitudini, sul fare soldi e sul farmi notare, ora posso dire che fu un periodo tutto sommato tranquillo e privo di ansie. Questo durò finché una sera ci giunse notizia che Salvador aveva sbandato con la sua moto ed era volato giù da un ponte vicino a Manila, frantumandosi il cranio sulle pietre. Il gruppo a quel punto era diventato grande, c’era chi lo considerava quasi come una famiglia, ma l’unico che sapeva come gestire gli affari lasciati da Salvador e che conosceva i flussi del riciclaggio, nonché i prestiti, i debiti, la combinazione della cassetta con dentro i soldi del capo, i movimenti rivali e i piani futuri era Buenflor, l’allora ventenne Rafael Buenflor.
L’unanimità lasciò passare tra invidia e indifferenza Rafael, come un fantasma, al vertice del gruppo, che dal quel giorno ne divenne la guida, e le cose sembravano andare bene, così mi pareva almeno. Poche settimane dopo lo incontrai in fondo alle scale del mio palazzo, ascoltava le lamentele di un ristoratore turco, mi guardò sorridendo e liquidò con un certo piacere l’interlocutore che rimase stizzito, poi andammo a cenare a casa della ragazza che frequentava allora, Tala. Nel viaggio in macchina mi diceva tra calma e agitazione: Paquito, questa me la sposo, e quando me la sposo me ne vado, la porto con me in America e lì faremo qualche lavoro del cazzo tipo lavapiatti o non lo so e io lascerò Maypajo per sempre. Così mi disse, e io non so bene il perché, ma iniziai a sudare e forse anche a tremare, provai una tristezza sopra un’ira sconosciuta e mi vennero in mente le prime volte che provai a rubare nei supermercati di periferia e tutte le riviste pornografiche di modelle statunitensi seminude sulle quali mi masturbai mentre mio zio dormiva al sole di un pomeriggio insignificante. Il pensiero durò qualche secondo, poi gli augurai buona fortuna. Quella sera fu serena, Tala era una ragazza gentile, più grande di noi di qualche anno, era alta e aveva un corpo incredibile, anche se sembrava sciupata in viso ciò non negava il suo fascino. Cucinò il riso fritto. Scoprii che studiava musica e che le piaceva Satie, che non sapevo nemmeno chi fosse. Parlammo tutta la sera di musica, a lei piaceva il romanticismo e Brahms e altri compositori che ho scordato. Ci raccontò che suo cugino Oliver aveva studiato in accademia, che era uno con la testa sulle spalle e che lei gli doveva molto, anche se ora abitava in India da qualche anno e non si sentivano più come prima, con la familiarità di quando lei lo andava a prendere a Manila, di ritorno da chissà dove. Rafael poi ammise di non aver mai conosciuto un suo cugino, che non era nemmeno sicuro di averceli i cugini e che le uniche persone che chiamava cugino erano i suoi amici d’infanzia. Non uscì mai fuori il nuovo impegno di Rafael, il fatto che si ritrovasse con almeno sei case di scommesse da controllare e un centinaio di persone da dirigere, ci disse solo che traslocava nell’appartamento di Salvador e che ne avrebbe ereditato la fortuna di due milioni di pesos, ma questo lo disse senza enfasi, con un’inquietudine di fondo che Tala presumo sentì molto più di me. Ci fece anche vedere la glock .45 di Salvador, apaticamente.
Il giorno dopo andai al negozio di dischi, comprai un vinile con le migliori composizioni di Satie e lo ascoltai per tutto il giorno in camera, sul vecchio impianto preso in prestito dal Predon (Tala diceva che era meglio sentire la musica classica sul vinile perché dal telefono non rendeva la profondità). Mi stesi sul letto, pensai al rumore delle padelle a casa di Tala, alla parola sposare, alla parola andarsene, ad altre parole alle quali non avevo mai pensato veramente. Pensai al cugino Oliver, ad una mente in grado di comprendere tantissime cose o a un ragno trasparente che sovrasta tutto. Mi lamentai con me stesso di molte cose. Non sono una fighetta, certo, e non potei commiserarmi. Da quanto tempo stavo così? Nauseato dalla casa di mio zio, da Maypajo, dalle Filippine, da questo appartamento e da queste strade. Poi cessò, si cancellò sistematicamente da davanti a me ogni intrusione di pensiero e allora mi sentii, sotto quel ventilatore ingiallito, come un pezzo di arredamento.
Io e Tala iniziammo ad uscire e io mi innamorai di lei. Andavamo al cinema e frequentavamo l’auditorium di Caloocan senza che nessuno lo sapesse. Imparai un sacco di cose sulla musica classica. Imparai un sacco di cose sulla figura femminile. Io e Tala funzionavamo bene, lei non aveva paura di andarmi contro, io non avevo paura, chissà come mai, di cambiare. Un giorno ci baciammo davanti ad un film tedesco e poco dopo andammo a letto insieme. Quelle settimane mi scordai di qualunque cosa non fosse attinente a lei o al fare un sacco di soldi. C’era poco lavoro ma nonostante ciò mi mantenni in contatto con i membri come mai prima d’allora, con tutti quelli di seconda classe che facevano estorsione ai club che aprivano in periferia e con gli altri che lavoravano in rivendite auto; giravo spesso, sempre, mi sentii vivo, senza l’incubo di quegli spazi vuoti che chiamavo casa o rifugio e pervaso da una forza totale e mai esperita, da idee vaghe di rivalsa sul mondo, come se qualcosa di gigante stesse iniziando a risalire dal lago torbido in cui era nato.
Tuttavia cambiò in fretta, con l’arrivo del caldo vero iniziarono incubi atroci e confusi, le mie ore di sonno diminuivano, mi entravano in testa idee strane, sognavo la .45 dorata che si moltiplicava formando un cerchio al centro del quale c’era il cadavere di Salvador che mi diceva di fare centro, fai centro! Qui! diceva, e dietro di me Tala terrorizzata che mi supplicava di non usare le parti del suo corpo come proiettili e io che urlavo di non avere nemmeno una pistola. Incubi di questo tipo, quasi ogni giorno. Poi il lavoro riprese, ma sembrava che l’alone di terrore e ossessione che in me nasceva si stesse diffondendo su tutti. Non dormivo e se dormivo prefiguravo qualcosa di terribile, laggiù, negli angoli più bui di Maypajo.
Una sera di luglio, mentre calmavo un nuovo arrivato pestato in una rissa con quelli del quartiere vicino, la porta del Predon si spalancò e da fuori entrarono due dei nostri che tenevano per le spalle un ragazzo svenuto, davanti a loro Rafael aveva il volto coperto di sangue e gli occhi spalancati. Ci fu un gran via vai e alla fine capii che il ragazzo incosciente non era svenuto, era il nostro Ernesto Milas ed era morto. Dopo qualche tentativo di rianimarlo constatammo che era inutile e uno dei due ragazzi raccontò l’avvenuto mentre portavano il corpo in un posto sicuro. Mentre quei quattro stavano chiudendo un affare per della cocaina a sud di Caloocan, chiusi in un vicolo li sorprese una retata, ricevettero le prime minacce degli sbirri nel panico e il compratore, un portoricano, tirò fuori il revolver, la polizia sparò immediatamente. Il portoricano, colpito, si accasciò e gli altri entrarono nella porta della palazzina a fianco, dentro si accorsero che Ernesto era stato preso al petto, Rafael nel tentativo di bloccare l’emorragia si sporcò il volto con i flutti del sangue. Riuscirono a scappare da un’altra uscita e, grazie al fatto che la Ford di Buenflor era parcheggiata lì vicina, depistare la polizia e arrivare fin qui. Il volto insanguinato di Rafael, nel mentre del racconto, continuò a fissare il pavimento. Qualcuno disse che era impossibile, qualcuno che gli sbirri sul libro paga avevano parlato, tutti cercavano un nome da impiccare e a quel punto Rafael disse: Alberto Ramos. Ramos? Il consigliere? disse uno, sì, Salvador mi disse che era l’unico dell’amministrazione comunale preoccupato per la questione droga, mi aveva avvisato, rispose Rafael. Non ricordo come finì quella serata, ma dal giorno dopo iniziò l’inevitabile crollo della vita che Rafael Buenflor stava costruendo. Fu anche l’ultima volta che lo vidi.
Il lavoro si fermò, io e Tala evitammo di incontrarci, la vigilanza era al massimo, tutto il quartiere di Maypajo era un grande occhio inquisitore, Buenflor non si faceva vedere. Io restai chiuso in camera, incapace di dormire e di non sognare ad occhi aperti: tutto il giorno non facevo altro che pensare al mio coltello a serramanico, regalato da Salvador, e alla .45 di Buenflor. Pensavo a quei due milioni di pesos. A mio zio addormentato sul terrazzo. L’angoscia di queste immagini era quel lago, lo vidi, in un pomeriggio senza elettricità, sul soffitto e sulle pareti e ovunque, mi venne a trovare l’immagine di Maypajo. Sopra al lago c’era un cielo limpido che non riusciva con i suoi raggi ad illuminare nulla, solo un ragno di vetro nel sole; non c’era Tala, non c’era nessuno: c’ero io, sotto a quel caldo, sudato. Venivo a sapere occasionalmente da un mio amico che quelli del gruppo stavano escogitando qualcosa, lavoravano da soli giorno dopo giorno, il Predon venne sbarrato per paura di un colpo della polizia. I pochi che incontravano Rafael lo descrivevano come un manichino di ferro che rispondeva a monosillabi o, se beveva, si metteva a parlare di grandi complotti segreti, di Alberto Ramos che voleva mettere mano sul suo denaro o sulla sua glock, che li avrebbe presi tutti se non avessero agito in fretta. Un giorno Tala mi venne a trovare nel mezzo della notte, una notte non dissimile dalle altre, e mi disse con voce spezzata che Rafael andò a casa sua, poco prima, agitando una mannaia e dicendole che quando Alberto Ramos sarebbe morto lui sarebbe tornato da lei, questo mi disse, poi scoppiò a piangere e tra le lacrime cercò di riferirmi parole atroci, che mai avrei immaginato sulla bocca di Rafael. Le offrii di rimanere, ma naturalmente declinò, non volle rischiare, mi disse chiudendo gli occhi che tutto sarebbe finito, che saremmo tornati al cinema o qualunque altra cosa alla quale non credetti, non quella notte. Se ne andò e io non dormii, stetti seduto per terra, al lato del letto, fissando la parete. Mi dissi che Rafael Buenflor era un coglione, che non meritava un centesimo di quello che aveva. Poi forse mi assopii, senza sforzo, e mi ritrovai sul tetto del cielo, pieno di ragnatele, i poveri uccelli intrappolati stavano vomitando note musicali, in sottofondo degli spari violenti e lontani, sentii l’amarezza della musica. Un ragazzo mi si avvicinò, nel sogno ero sicuro si trattasse di Satie, ma io non avevo mai visto una la sua faccia. Lui iniziò a lacrimare e mi consegnò sconsolato un dito, disse tra i singhiozzi che apparteneva ad un suo vecchio amico, Paquito Mendoza. Alzai la mano destra, vidi l’indice mancante e mi svegliai. Era il pomeriggio del primo gennaio e a Caloocan facevano trentadue gradi.
Chiamai Tala e con calma le dissi che avrei rubato la macchina e i due milioni di pesos a Buenflor, poi sarei venuto a prenderla e ce ne saremmo andati al nord. Lei mi chiese come avrei fatto se lo avessi trovato in casa, stetti in silenzio, guardai fuori il barrio sulle ultime note di sole e le luci delle case accese, sentii dal telefono: Paquito? Non ti preoccupare, risposi. Senza attendere uscii dal palazzo, percorrendo a piedi quella città che sembrava vuota, nonostante i petardi in lontananza. Arrivato alla porta dell’appartamento bussai senza risposta e poi forzai la serratura, cercai di aprire quella porta in ferro che aveva il numero trenta scritto sopra, quando il meccanismo scattò fece un rumore sordo. Dentro non c’era nessuno. Sul tavolo un rimasuglio di cocaina sniffato mi osservava. Presi i soldi dalla cassetta, le chiavi della Ford non c’erano, la .45 nemmeno. Pensai di chiedere la macchina a uno del gruppo, la Corolla nera di Polo, magari. Tante cose mi vennero in mente. Lo chiamai, lui mi chiese perché, gli dissi che la mia l’avevo prestata a mio zio per il fine settimana. Quando arrivai da Polo gli mollai qualche banconota e lui mi passò le chiavi con una lunga serie di moniti e consigli e avvertimenti: guarda Paquito è come un figlio o un nipote, disse. Polo Tavez, l’aveva presa il mese scorso, era nuova di pacca. Guidando da Tala aggiustai il raffreddamento dell’aria e gli specchietti; tagliai con il coltello uno scompartimento sotto il sedile del guidatore e nel tessuto ci misi la maggior parte dei soldi. Mi ricordai che quella Corolla era la stessa che guidava mia madre, solo che lei ce l’aveva grigia. Nel mentre le luci rosse, viola e bianche dei locali fulminavano le ultime vie prima che io, dopo una serie di operazioni che solo ora iniziavano vagamente a colpirmi la coscienza, potessi vedere appena fuori Maypajo, nel suo cortile, la figura di Tala con le valigie.
Partimmo subito e di fretta, forse senza meta, forse verso Dagupan, attraversando Luzon sorpassando il vulcano Pinatubo per poi magari arrivare ad un porto e scomparire, insieme. Ma ci fermammo molto prima a dormire in un motel nella periferia di Bocaue, esausti. Non sognai niente quella sera, ma pensai intensamente al fatto che probabilmente Rafael non amò mai veramente Tala. La mattina dopo presi il quotidiano dal bar, avevo spento il telefono per paura di essere rintracciato. Stavo bevendo un caffè senza zucchero, molto lungo, mentre da sotto il tavolo mi sorrideva un bulldog bavoso, i suoi padroni, lì al tavolo accanto, avevano appena perso un dei soldi con i gratta e vinci e ingiuriavano qualcuno o qualcosa. Molti bambini fuori giocavano a Patintero mentre il vento scompigliava leggermente i loro capelli. Tirai su il giornale. Ciò che vi trovai dentro fu, pensai, la cosa più incredibile mai successa nelle Filippine.
Il consigliere comunale Alberto Ramos, la sera del primo gennaio, uscì con la sua famiglia per andare a cena fuori, su Tuna Street, a Maypajo, per celebrare il capodanno e il recente successo amministrativo su un’ordinanza andata a buon fine. Per la strada si decise a fotografare i familiari (moglie, madre, figlia e figlio) e immortalare così un nuovo capitolo, un nuovo anno della sua vita. Si mise a cercare un’inquadratura dignitosa quando dalla vettura a pochi centimetri da loro uscì un individuo alto e con un berretto. Ramos non se ne accorse, forse, in quell’istante di serenità, ma davanti a lui, poco dietro la famiglia, un giovane ragazzo gli stava puntando tremante una glock .45. Il giovane figlio di Ramos si voltò, captò il pericolo. L’aria di Tuna Street si fece pietra, i volti dei restanti membri della famiglia si allinearono e pianse una stella da qualche parte. Alberto scattò innocentemente. Dopo un lasso di tempo inimmaginabilmente breve, indescrivibilmente fuori dalla storia eppure esistente, dalla canna nuda della pistola scoppiò un colpo che centrò perfettamente in testa lo sfortunato Ramos, uccidendolo. Davanti a me, in prima pagina, la foto scattata si mostrava in tutta la sua improbabilità: la famiglia ignara e sorridente, il profilo del bambino girato, spezzato nell’assurdo, che fissava Rafael Buenflor, piazzato a sinistra, il volto coperto dalla sua arma puntata.
Tornai in fretta al motel per raccontare tutto a Tala, ma quando la vidi poco fuori dalla stanza, attraverso il vetro, mi bloccai. Stava sorseggiando un caffè americano. Il suo sguardo contento, non eccessivamente gioioso, forse spensierato - lei era lì, mia. Mi toccai lentamente il coltello nei pantaloni, sentii il manico liscio nelle mie mani vergini dal sangue. Mi girai verso uno sconosciuto mare di tetti in lontananza, già il fumo dei forni si perdeva davanti alle colline.