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Riviera I

Indio Rafael Paco, Una Vita Cinematografica (1999, Susanne Colder). Ho finito la biografia per la seconda volta, stasera, ora sono le due del mattino. Sono seicentoventisei pagine e il volume ha una copertina rigida tutta nera, è a dir poco deludente questo charme apolitico delle copertine di oggi. Non era una vita ricca la sua, era una vita morbida o di gomma: Susanne Colder non ci deve aver capito molto di quella vita, tra le poche informazioni presenti nel libro, verbose e fintamente lineari, tra quelle pagine di diario liriche scritte su fazzoletti, scontrini, tovaglie, tavoli, bottiglie e manici di scopa c’è una transitorietà che quella donna proprio non coglie. Si capisce molto di più della vita di lei che di Paco, forse perché è una critica letteraria e cinematografica che molti definirebbero verbosa. Il volume sta sul tavolino di vetro e c’è un odore di salsedine estiva lì fuori che entra qui dentro dall’abisso di chissà quale patetica invenzione o sogno. Patetico. La mia seconda lettura della biografia è stata tutto sommato meno noiosa, ho finalmente capito che tipo era Paco solo dopo aver capito che tipo è Colder – sembrava un’agiografia mascherata all’inizio, ma quelle pagine involontariamente parlavano di Paco, sul serio di Paco, anche se in una maniera affettata e stupida. Quando iniziò la sua produzione cinematografica l’argentino non aveva che vent’anni e trovava interessanti le poetiche di Brakhage e Cocteau, le tecniche di Snow, le ambientazioni della Deren, i russi, la prima avanguardia giapponese, Richter; mentre detestava Godard, il Brakhage più umanista, i puristi insensati o chi non era interessato alle nuove tecnologie, Sharits e le cose volgari. I suoi primi film sono irreperibili e probabilmente inguardabili, ci sono lettere di amici bonaerensi (i più accademici) che fanno gentilmente capire che i film in questione erano inservibili.

Nonostante questo continuò a consumare e produrre. A trent’anni finì l’accademia di cinema in Italia, a Roma: era l’ottantasei, viveva in un condominio a Trastevere e non aveva nemmeno l’ombra di quelli che possiamo definire amici e nemmeno aveva mai avuto ciò che possiamo definire relazione amorosa. Aveva avuto incontri, alcuni anche importanti. Qui la Colder riporta la data settantanove, quando Paco incontrò per la prima volta a Warwick McDonnell, dal quale venne influenzato sulle scienze dure, la passione che lo occuperà fino alla morte. Il regista era lì perché stava lavorando al suo primo grande film nonché unico lungometraggio, McDonnell stava invece aprendo un’associazione di ricerca per quelle che chiamava Onde Strane: McDonnell era americano e aveva studiato topologia a Chicago con Karl Menger. Le informazioni sono molto confuse, la Colder non sembra avere nozioni solide su Maraka e si limita a spiegare ciò che Paco stesso, probabilmente agli ultimi stadi di demenza, le aveva riferito. Quando McDonnell fondò l’associazione ROSBM a Warwick, Paco comincerà occasionalmente a frequentarla. La paternità di Maraka è nominalmente affidata dalla Colder a Paco, nondimeno non si trova mai citato nel testo Junior Samsonne. Leggere questa biografia dà l’impressione di star navigando una superficie bucherellata che però di buchi non ne ha, o meglio, non si può incolpare nessuno, leggendo, di quella sensazione di buco acido e dolce, perché è semplicemente così. C’è un sentimento di colpa estremamente autocosciente qua dentro. Perché l’ho riletto poi? Non che io lo ricordi così bene… mi sono forse sognato di averlo riletto? Avrebbe dovuto scrivere tredicimila pagine questa Susanne, perché non ne posso già più di stare qui, nel salotto enorme di una casa piccolissima. Il divano ha la mia sagoma. Il cielo è una superficie fantasiosa. Sono tre settimane che non esco e che non smetto di leggere libri sulla fisica e sul cinema. Tra un mese Mistral verrà qui. Cosa starà facendo ora Susanne Colder? La immagino al mare, davanti ad un bel documentario di un regista serbo sulla guerra civile liberiana, con un tipo barbuto sulla quarantina accanto che fa occasionalmente servizi in radio o ha un suo programma sul cinema sperimentale di qualche provincia francese. Stanno lì sul divano a bere birra e magari lui prova a toccarle la coscia ogni tanto e lei lascia fare perché non è una che decide fortemente queste situazioni, non è una che determina o incide sessualmente, ma le piace l’atmosfera sessuale o il suo paradigma economico o la sua immagine distratta, sì, sembra una donna che scopa come scopano gli spettri. A trent’anni iniziano quindi le riprese e il montaggio del materiale raccolto nel periodo inglese di Maraka, uscirà dopo solo un’anno, ripreso, montato e prodotto da Paco. Intorno a quel periodo incontra la Colder ad un convegno di cinema sperimentale a Vienna, ma sembra che lei si voglia auto-elidere dalla biografia, si sentono molti dettagli mancare - si sente tanta cecità letteraria e per un momento questa biografia sembra diventare un resoconto medico. Tutto cambia ironicamente quando Paco darà i primi segni di demenza a inizio anni novanta, la prosa si alleggerisce e quasi prende tinte romantiche. Non esistono copie di Maraka in commercio, sono mesi che cerco ovunque. Nessuna asta online, nessuna traccia se non su forum di disperati che dicono di averlo visto o averne visti dieci minuti o venti. Nessun indizio su che cosa il film sia nemmeno nella biografia (molti idioti online sostengono si tratti di una composizione geometrica a sfondo bucolico), la biografa sostiene di non averlo mai visto ma è arduo crederle. La parte finale del libro parla della solitudine di Paco in una maniera così grossolana e patetica che, da tanta spontaneità e con un po’ di empatia mista alle informazioni pregresse, si capisce veramente che tipo di vita quel regista dovesse aver condotto per quarant’anni. Ieri ho sognato una scena precisa, a Warwick, con la nebbia, nella nebbia, nel mezzo di un recinto stepposo sotto a delle nuvole filiformi. C’era Paco che consegnava una busta a McDonnell e dentro quella busta c’era una lattina piena di vermi. McDonnell diceva a Paco che doveva smetterla di ubriacarsi o di drogarsi e Paco esclamava: cosa? Non hai capito? Al che il matematico lo fissava incredulo, poi avvicinava la lattina all’orecchio e in un istante rivelatore: ma certo! Indio! Così è perfetto… dopo poco viene lasciata per terra la lattina di vermi e la scena si chiude con un dettaglio dell’oggetto abbandonato, sul prato, dentro al quale riecheggia da voci gutturali il nome Maraka. Nessuno, e intendo veramente nessuno, si è mai appassionato alla figura di Indio Rafael Paco; per questo credo che l’unico momento in cui si sia sentito ingaggiato in un mondo altro sia stato quello del consiglio del nome, cioè quando le teorie specifiche su un luogo collegato lontanamente alla nostra realtà di McDonnell presero l’appellativo di Maraka. A McDonnell non interessò mai il fatto che probabilmente Indio arrivò al problema prima di lui, che sviluppò qualcosa di artisticamente avanzato sull’argomento o che, in generale, fosse una persona. Ma quel nome… doveva suonargli geniale. La Colder arrivò quando Paco meno ne aveva bisogno, oramai completamente distaccato dal mondo che noi conosciamo e viviamo, soprattutto arrivò con l’atteggiamento sbagliato e fraintendendo quello del compagno. I due ebbero un rapporto a distanza per tre o quattro anni e poi si lasciarono quando la malattia di lui peggiorò, ma nonostante questo lei gli rimase sempre accanto o così dicono i commentatori. Forse è vero, ma Paco non è mai stato una persona per nessuno se non nella malattia. Perché? Nella biografia non c’è scritto. Credo sia perché la biografa non l’ha mai capito. Il film preferito del regista, alla morte, era Rehearsals for Extinct Anatomies dei fratelli Quay. Il suo scrittore preferito era Melville e aveva una preferenza per il barocchismo in musica. Cosa sapeva questa persona che io non so? A volte mi immagino di incontrarlo, io bambino che lo vedo in mezzo ad una folla e grido: Indio! Andá y rompela! E lui mi sente e mi saluta sorridendo. A volte immagino di essere un ragazzo del liceo che prende ripetizioni di matematica da lui, durante le quali si parla di tutt’altro.

A volte immagino di essere l’ultima persona a stargli vicino, nel novantotto, mentre morendo mi dice il segreto che lo ha trattenuto in vita e che forse lo ha anche ammazzato. Indio Rafael Paco è morto a quarantadue anni su una sedia a rotelle in un ospedale di Roma, aveva una rara malattia chiamata morbo di hastings. Domani inizierò a leggere la prima pubblicazione di McDonnell: Teoria Subatomica e Logica delle Onde Strane (1981). Per ora riposo. Per ora penso a qualcosa di magnifico. Quanta sarà lunga la mia biografia? Dove andrà a parare? Ecco… Ma questo non è magnifico, dove sarebbe il biografo? Voglio adagiarmi su una superficie bucherellata, avere in testa un casino, farmi fare un massaggio da qualcuno, che so, farmi fare un agopuntura. Voglio complicare il più possibile il lavoro del mio biografo così che scriverà un libro noiosissimo. Beh. Per ora chiudo gli occhi. Mi servirebbe una lavanda mentale, mi esplode il cervello.

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