LeQuaal

Endocritica ad Exocapitalism

Perché la nostalgia è un buco nero

Exocapitalism è un lavoro denso e poco preciso, la tesi di fondo, considerabile radicale date le premesse neo-strutturaliste di Poliks e Trillo, è questa: ciò che definiamo capitalismo è un movimento verso l’alto (e sempre lo è stato), autonomo, arbitrario e trascendente, cioè non muove da premesse sociogeniche, umane. Il Lift, cioè l’astrazione del capitalismo verso vette speculative, stocastiche ed illimitate, è, insieme alla connotazione esplicitamente trascendente, la prima critica (nonché l’unica sensata in questo contesto) che si può muovere al testo. Sull’autonomia credo ci siano precise motivazioni che legittimino la posizione degli autori: ovvero l’impressione positiva che l’economia capitalistica tenda a scollegarsi dai classici modi di produzione (l’esempio del platform capitalism valga su tutti).

Quassine (@quassine su substack) fa notare una cosa all’apparenza semplice:

If capitalism is like cancer — which grows within and from the organism — then calling it ‘exo’ contradicts the metaphor. Either it is endogenous and historically produced, or it is exogenous and then not cancer; you can’t have both.

Ed è vero che nel libro sono presenti entrambi gli aspetti; la contraddizione è solo apparente però. Se il capitalismo è come un cancro lo è in maniera del tutto volatile, tendente ad una computazione autoreferenziale (o assolutamente exoreferenziale, non penso ci sia contraddizione) e disallineata da questo o quello sfruttamento umano. Disallineata però, non trascendente (che è così tra l’altro che funziona un tumore). Ciò significa che ha una sua autonomia e una sua logica disumane, rivoltanti e intrinsecamente speculative. Ma ciò significa anche che come cancro è un prodotto radicato nella materia che Poliks e Trillo tanto vogliono evitare (vorrebbero fare un’ontologia del capitalismo e non una fenomenologia, strade entrambe svianti). Produzione storica o trascendenza è una falsa dicotomia, ma questo penso solo se si scambi quella parola, trascendenza, con una meno spaventosa e arrogante come disallineamento. Ciò è in nuce un’ambiguità linguistica già presente nel testo, ma gli autori virano verso una teologia del verbo capitalistico, che risulta ovviamente in un appiattimento totale dell’agency politica (cosa fare se non osservare impotenti il capitalismo che fa il suo lavoro stocastico?). Ma non è del tutto così. Per sistemare questa situazione, e ovviare a facili riduzioni cristiane, gli autori definiscono feudalesimo gli affari ancora umani sotto il tetto fuori controllo del capitalismo, ovvero lo sfruttamento, la geopolitica, la produzione ecc - che quindi sono una traccia di ciò che rimane dei fenomeni economici, quaggiù sulla terra.

Faccio un passo indietro. Definisco il capitalismo accostandomi a exocapitalism: economia particellare altamente astratta, stratificata, arbitraria e autonoma (ravvisabile per esempio in uno scambio dove una piattaforma / azienda acquista una possibilità economica da un’altra piattaforma / azienda con un’altra possibilità economica per cercare di speculare e indovinare dove la massa casuale tende di volta in volta, è come un gioco d’azzardo infinitamente tedioso ed esteso e senza soldi veri, chi vince vince una porzione di virtuale sul quale rifare il gioco). Questo concetto, ineccepibile per qualunque premessa teorica, viene però considerato trascendente e quindi astorico (infatti usano una tesi di Graeber per dimostrare che lo scambio astratto / credito esiste da sempre, prima anche dello scambio concreto di beni). Il problema è questo: i confini tra questa astrazione e noi, concretamente, sono mal posti o niente affatto posti dagli autori. Se sono due sfere separate, dove si separano? Se c’è agency umana nel feudalesimo ma si perde nel capitalismo (sua funzione astratta), dov’è il momento di separazione? Si può tracciare? Trascendente significa ontologicamente superiore alla materia, fantasma, intangibilità e quindi impotenza - ma quindi cosa si può cambiare?

Su questo il libro è duro, senza perderci tempo: non abbiamo risposte sul da farsi. Allora cosa dovrei farci con exocapitalism? Penderlo cosi com’è, theory pura, descrizione critica, discettazione anti-accelerazionista (o anti-rivoluzionaria in genere)? La strada è meno semplice di ciò che implicherebbe la radicale istanza exocapitalista: bisogna rivalutare la struttura del testo che è in realtà gran poco trascendente, gran poco anti-accelerazionista, gran poco anti-rivoluzionaria.

La tesi sembra nuova ma non è poi così nuova: già sono stati analizzati gli scollamenti e allontanamenti del capitale dalla teoria della produzione marxista e già sono stati dati molti appellativi fantasiosi al capitalismo. La differenza qui è che si è tentato con uno sforzo teorico di astrarre cosi tanto il capitalismo dal campo fenomenico da renderlo un reticolo monadico, hanno cercato di astrarre troppo l’astrazione. L’ironia di questo testo è quindi la seguente: l’idea degli autori di operare un’astrazione dell’astrazione non collima molto bene con il testo che leggiamo, scritto molto bene, che invece rimane ostensivamente sugli effetti specifici, materiali e non, ma comunque descritti con una certa lucidità fenomenica (per non dire fenomenologica) niente affatto trascendente, del capitalismo. La tesi dei due autori sembra essere trascendente solo per principio.

James su Goodreads:

The book fails to reckon with the fact (and devastating counterargument) that software, digital-rent-seeking, sign-value, etc., all depend on vast material inputs - the spatial outlays for computers, their requisite electricity, and (increasingly), the water/coolant for exponentially expanding data centres. What happens when one pays a digital subscription to use Microsoft Office, for instance, is not a severing of capital from the material world, but deferring the complexity of the labour relation somewhere else in the system. Poliks and Trillo's solution to this dilemma is a reductio ad absurdum. They argue that with each added layer of complexity, more 'lift' is accreted, driving capital further away from its material substrate (which can be extrapolated onto capitalism in general because Neoliberals have always delegated tasks to third parties). This clearly fails to recognise that no matter how far one 'lifts' from the material base, it is never actually severed, and to untie that gordian knot would take the epiphenomenon of 'lifted' capital with it. Every single firm they cite as 'exocapitalism' par excellence (adobe, Salesforce, the list goes on) has plummeted in value since the book's publication, whilst firms still investing in material infrastructure (i.e. Amazon) continue to dominate the market. The highlight was the post-script about crabs from the future.

Ma questo nel libro c’è, no? Più o meno, la funzione del Drag (evidentemente l’operazione opposta al Lift) è presentata come il contentino che viene scambiato tra umani e capitalismo, ovvero i resti, gli aborti mediatici (e non) di quello che viene definito jankspace, la poltiglia, lo slop e i prodotti con cui dobbiamo intrattenerci per mantenere vivo il mostro (il meme della strada piena di fentzombies slopificati). Non poi così trascendente. Jankspace è feudalesimo? Sono gli umani che ricevono oggetti tumefatti dall’alieno intoccabile e se ne servono per convincersi di avere ancora una connessione con lui, che sembra l’abbandono della funzione paterna (solo che il padre non è mai esistito). Tutto questo ovviamente alimenta il processo di Lift.

Nel testo ci sono altre pose sospette. Nella liquidazione della vulgata marxista come consolatoria e l’affermazione vanitosa di non offrire nessuna consolazione loro stessi, gli autori credono di aver scampato il pericolo. A vederci bene sembra tutt’altro. Land viene criticato come troppo ottimista (una critica di Žižek ma che i due autori ripercorrono in un’intervista con Nero - e implicitamente ovunque), ma loro stessi non escono dalla posa landiana e consolatoria: come dire che togliendo tangibilità e materialità al capitalismo non ci sarebbero consolazioni di sorta, cosa che ai miei occhi è un cope molto più forte dell’ammettere una qualche possibilità di scelta umana o materialità capitalistica. Cope cope cope! Quello che gli scrittori dicono è: fatalismo capitalista (stessa premessa di Land) - l’uomo deve gettare la spugna su questa cosa del capitalismo astratto (uff, menomale!). Ma non su tutto. Allora su cosa? La loro ambiguità su questo è pedagogicamente pessima, un lettore qualunque può esserne rovinato, e questo deriva dal loro scollegamento di feudalesimo / capitale materiale e capitalismo. La crisi nel capitalismo non lo spegne, forse è vero, forse è vero che se l’astrazione esiste esiste la possibilità di Lift (ma poi chi dovrebbe astrarre se non l’umano?), ma la crisi non è solo apofenica, la crisi è un momento per agire su quel disallineamento arbitrario che ha in se stesso il suo collasso sociale e culturale che deve essere assolutamente dominato.

In sostanza, perché rivoltare la quantità in qualità (pensando che effetti estremi del capitalismo, come Axie Infinity, facciano fare un balzo ontologico al capitalismo)? Perché accettare il falso dualismo fatalismo-catastrofe VS volontarismo riformista, micropolitica? Poliks e Trillo non mi sembrano controrivoluzionari quanto nostalgici di certe strutture di pensiero che oggi, in un clima di esaurimento della theory come impalcatura della verità, post-post-post theory ecc, sembrano molto più appetibili se patinate di contemporaneità (qualunque cosa questa parola voglia dire), ma che in ultima analisi sono grovigli isterici per un altrimenti ottimo libro su reali cause e conseguenze, su modi e sparizioni del nostro sistema economico.

Elliot Goodel Ugalde:

“What has changed is not the obsolescence of Marx’s categories, but the extent to which abstraction obscures them.”

Lascio qui il suo articolo dove critica in maniera simile il libro, sotto un’ottica più strettamente marxista:

https://marxandphilosophy.org.uk/reviews/22656_exocapitalism-economies-with-absolutely-no-limits-by-marek-poliks-and-roberto-alonso-trillo-reviewed-by-elliot-goodell-ugalde/

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