LeQuaal

Programma per idraulici e assassini

§ Non siamo più creazioni di Shakespeare. Siamo figli di un’ombra. Siamo figli di Satoshi Nakamoto. Abbiamo deciso di stare al passo della cumbia del mondo, una cumbia che è un treno lacerato, si sposta dove deve e non teme l’attesa, lui stesso è l’attesa, è un’attesa danzante.

§ Ma non vogliamo quello che mendichiamo.

§ La letteratura gauchesca si è elettrificata, la pampa è il barrio: siamo gli eccitatori termici di cavi elettrici, di strani concatenamenti, siamo lo stesso povero mendicante che scrive per vivere l’intensità piena del tappeto di spine sul quale siede, come uno yogi su un tappeto di insetti metallici.

§ Ricomincia l’istanza di desiderio politico. Non la volgarità di un dissidentismo editoriale ed alcolista, non una sbavatura accelerazionista e povera di margini, non un furore trasgressivo ed incontrollato. Non il privato. Non il pubblico. Non la musica da camera, non la stilografica pettinata, non la diplomazia poetica, non una faccenda domestica in prosa.

§ Dentro la situation tragedy c’è un urlo senza bocca che arriva come un pallido statico, è la volontà di ripristinare una gestualità affettiva e di solidarietà per chi morendo ha lasciato il grido, per chi passando lo ha sentito ma non lo ha potuto replicare, perché ha paura della sua stanza, delle sue porte, del suo comune, vuole un cimitero vivo e pianeggiante dove poter maledire e maledirsi, vuole trovare altri fili e istanti in bilico di non-morte: siamo quel cimitero.

§ Sagoma seghettata. Almeno un cuore per la viseità rimasta: cioè il volto tra il significato e l’instabilità affettiva oltre la propriocezione, il fantasma che non è mai esattamente questo.

§ C’è sempre una terza via, segreta. Non abbiamo paura di disperderci, perché sappiamo che ci rincontreremo. Siamo quel cimitero. Siamo quei fiori.

§ Il pericolo sono i barocchismi, l’arte per l’arte, i formalismi, la grezza scrittura personale, le transenne al politico, il settarismo, l’arresa letteraria, i messaggi senza risposta, cinismo bellettristico e infamia.

§ Il pericolo sono le formazioni tristi che mettono la cera sulle produzioni alternative di un paese. L’intellettuale dissidente, il piccolo intellettuale. Le quote di Gog. Il lanciafiamme va puntato a Sebastiano Caputo. L’intellettuale è scomparso, fatevene una ragione. Così come vediamo concrezioni tra destra e sinistra che non sono niente se non un gioco sul post-ironico dei social media, un esperimento sul consenso liberale o la liberalità pura che è l’ultimo residuo di un alieno in partenza. La verità adorniana o mistica non esiste, fatevene una ragione. Prendiamo Papini e impicchiamolo, mentre Fusaro guarda da un terrazzo di Piazza Duomo e sorseggia un martini con qualcosa dentro, qualcosa di piccolo, sembra essere il palazzo dell’UniCredit. La borghesia ha lasciato un fantasma, così come la sinistra. Infatti Circolo Proudhon non pubblica Proudhon ma schede sul nazionalismo (circolo che è sempre un fantasma di un altro circolo francese con lo stesso nome, con le stesse schede).

§ Il pericolo sono gli enti editoriali che pubblicano le vetrine dei loro nomi storici. L’editoria a pagamento e le stampe di autori assolutamente anacronistici e zoppi, hanno perso gli occhiali per un vicolo buio e ora cercano recensori.

§ Non siamo contro tutto, ma se dovesse bastarvi un briciolo di critica breve e nata morta allora sì, considerateci contro tutto.

§ Non serve più il militante classico, ma abbiamo avuto esempio di grandi militanti che hanno sfondato quel muro con una pratica silenziosa. Ma siamo un gruppuscolo, non una rappresentanza. Non portiamo alla luce nessuna verità nascosta nelle tracce dei depressi, noi cerchiamo i depressi per farli parlare anche solo per un secondo, sperando che qualcuno brilli al sole per quell’istante.

§ Le nostre grida, le nostre poesie, le nostre frustrazioni sono le mancuspie di Cortázar. Non stiamo bene, ma dobbiamo continuare a farle nascere, a curarle, a mantenere un ritmo quando usciamo a fare la spesa, quando ci laviamo i denti, quando prepariamo la colazione, quando sentiamo una vertigine. Una vertigine che non ci fa girare la testa, “è la visione a girare”. Grandi mal di testa. Siamo noi quel mal di testa.

§ Ci aiutano la fatica e il silenzio.

§ A volte, è vero, camminiamo in una direzione ma andiamo in quella inversa. Si può continuare ancora a coltivare la nebbia.

§ Mi hanno messo nel furgone dei leoni ma non appena mi hanno riconosciuto non avevano più che una criniera di margherite. Io sono quel leone. Io sono quelle margherite. La città in cui abito è fuori dalla casa in cui vivo, ciò che voglio dire è ciò che non si può dire. Appena appena vicino a quella radura piena di conigli, dove siete? Se mi avvistate avvicinatevi, voglio bruciare in un falò il risentimento. Siamo già qua.

§ Nessuno è completamente perso, nessuno è completamente salvo.

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